RomaBombay: la metropoli di Giulia Ananìa


 Non dite a Giulia Ananìa che è la più importante cantautrice romana underground del momento, si incazzerà. Lei ama definirsi “cantautrice urban, indiemanontroppo” e con il nuovo singoloRomaBombay” si afferma definitivamente come una delle menti pensanti più interessanti della nostra generazione. Noi de Er Sanpietrino l’abbiamo intervistata per voi…

 

 
ER. – Giulia, in RomaBombay tu racconti la Roma di oggi, il traffico sulla Casilina, le scuole di frontiera, nella busta della spesa avocado e cocaina… non è la Grande Bellezza eh? 

 

G. A. – RomaBombay non è né Roma né Bombay, ma una nuova città che sta nascendo frutto di questi tempi strani, è un flusso di coscienza, uno sfogo. E’ vero, ci sono tante immagini di un paese in declino, scure, grottesche. Ma c’è anche la luce in fondo al tunnel e come sempre è l’amore: un amore buffo tra due persone che vengono da paesi diversi, che non parlano la stessa lingua. Due persone che si trovano insieme per circostanza ma che poi si innamorano. Il significato è che oggi sta a noi cogliere il cambiamento o lasciarci travolgere.

 

ER. – Nel videoclip te e il piccolo protagonista camminate in una capitale assolata, caotica ma decadente, anche la scelta dei luoghi non è casuale.

 

G. A. – La scelta (fatta a quattro mani col regista Luca Vecchi – The Pills) è stata quella di rappresentare una Roma insolita, né da cartolina né cinematografica, fatta di centri slot, tram sudici, cassonetti, zoo deserti. Abbiamo girato sui treni, sulla ferrovia Laziali-Giardinetti, a Torpignattara, Piazza Vittorio, Villa Borghese, nello Zoo e sulla Tiburtina a “Las Vegas” una enorme “parrocchia” del gioco d’azzardo. Il bambino che mi accompagna nel video è Abdul, lo abbiamo scelto con Luca attraverso un casting, è piccolissimo, neanche tre anni e viene dal Bangladesh.
 

 

ER. – Eppure nella sua decadenza traspare una vitalità che da speranza. Cosa è per te Roma oggi? 

 

 
G. A. – Roma è un po’ come Milano, Napoli, Torino. Viviamo un momento in Italia in cui si guarda a chi viene da lontano e al nuovo con diffidenza. Aspettiamo dall’alto che qualcosa cambi o ci cambi senza fare granché. Certamente c’è tanto da fare, sono molto critica rispetto a un fenomeno ad esempio come “Roma fa schifo” dove c’è gente che si lamenta di cassonetti e immigrati. Quando non ho niente da fare mi metto a rispondere ai loro post gonfi de odio e gli chiedo: “tu però da quanto tempo, in silenzio, non fai qualcosa per la tua città?”

 

Perché i problemi di Roma sono sotto gli occhi di tutti. C’è una vera e propria disperazione, disgregazione, le istituzioni non investono sulla cultura, ma anche realtà indipendenti come i centri sociali purtroppo vivono una grande crisi. Si respira aria di vecchio e di decadenza, ma ci sono anche tanti singoli che si sbattono con le loro idee e con fratellanza, perché il Romano è per indole rude ma di base accogliente e io credo molto in chi produce contenuti creativi, perché spesso la militanza può nascere anche da una bella canzone, da un movimento di street art o da una rete artistica. E’ quello che cerco di fare a più livelli come artista e curatrice di rassegne.

 
ER. – Noi de Er Sanpietrino cerchiamo da sempre di raccontare il bello di Roma, perché siamo dentro una città meravigliosamente potente e incantevole. Nonostante tutto, quindi, noi crediamo in questa città e nella sua gente. E anche tu ci credi…

 

G. A. – Beh si avoja! Io lo sottolineo sempre e anche in RomaBombay c’è una poetica positiva tra immagini che solo all’apparenza sono disperate. Perché a me basta una passeggiata solitaria per Roma quando sono triste… parto melanconica e arrivo alla mia destinazione più leggera. Roma è una sorella che ci abbraccia e conforta con la sua resistenza storica, con i suoi artisti, con le sue tante storie.
Ci sono tantissime realtà stimolanti e persone che si sbattono per fare grandi cose anche con le poche risorse in circolo. Sono realtà che di rado vedo in altre città.
 
ER. – A chi vuole conoscere Roma veramente, da che parte consiglieresti di iniziare?
 
G. A. – Io vengo da una periferia struggente: il Tufello, lì intorno è un fiorire di edilizia popolare ’60 – ’70 – ’80 e di un brutto che genera bello. Mi piace moltissimo anche il Trullo dove è nato il movimento di “Street Poetry” dei miei amici Poeti der TrulloOra vivo a Ostiense ed è un quartiere perfetto, pieno di cattedrali industriali come il fin troppo celebrato Gasometro, il ponte nuovo costruito per unire Garbatella a Ostiense, Testaccio il quartiere popolare e i suoi cortili, San Saba l’isoletta. E poi se vogliamo essere spudoratamente romantici: Giardino degli Aranci e Aventino. Da visitare tutti d’un fiato fermandosi a mangiare tra sapori multietnici e trattorie romane.
 

ER. – Prima accennavi al fermento culturale che negli ultimi anni si sta sviluppando nella Capitale, insieme a te altri giovani artisti indipendenti si stanno facendo strada. Chi sono i tuoi preferiti?
 
G. A. – Mi piacciono molto Coez, Lucci e Rancore. Credo che il cantautorato sia molto autoreferenziale al momento – nel testo di RomaBombay lo dico apertamente: “cantanti impegnati, impegnati nei locali”-  gli artisti più interessanti, le liriche migliori di questi anni vengono dal rap.
 
ER. –  Dopo questo tuo singolo, è in vista l’uscita di un album, ci sarà un tour? Dove possiamo venirti a sentire?
 
G. A. – Il 24 Febbraio ci sarà la presentazione ufficiale dell’ album RomaBombay al Monk, poi apriremo un tour in tutta Italia, le location saranno definite a breve e saranno solo spazi che hanno resistito ai tagli alla cultura. 

 

Qui per seguire le ultime di Giulia Ananìa.

 

RomaBombay
Credits
Foto: Francesca Lucidi
Video: Luca Vecchi
Musica: Giulia Ananìa