Quei sanpietrini d’oro per non dimenticare


Passeggiando per il ghetto vi sarà di certo capitato di buttare l’occhio a quei sanpietrini d’oro che qui e lì punteggiano d’ottone il grigio leucitite delle vie della Capitale. Se vi siete mai chinati per esaminarli, sicuramente ne avrete capito il significato.

Stolpersteine ― tradotto letteralmente “pietre d’inciampo” ― i sanpietrini rivestiti di ottone rappresentano l’opera dell’artista tedesco Gunter Demnig. Circa vent’anni fa Demnig si trovava a Colonia per la presentazione di un’installazione dedicata ai deportati Rom e Sinti, quando, a questo proposito, ebbe una conversazione con una anziana signora di Colonia, la quale categoricamente sostenne che lì, a Colonia, non erano mai vissuti né Rom né Sinti. Demnig, decide allora di farsi carico di mantenere viva la memoria dei deportati nei campi di sterminio nazisti. Secondo l’artista «una persona è dimenticata, quando il suo nome è dimenticato», e quindi si adopera affinché la più grossa tragedia del XX secolo non cada nell’oblio.

L’iniziativa ha ormai raggiunto il suo ventesimo anno di vita e ad oggi i sanpietrini posati sono 50.000, sparsi per otto paesi europei: la Germania, l’Austria, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Polonia, i Paesi Bassi e l’Italia ― il più grande monumento commemorativo al mondo dedicato a tutti coloro che furono ritenuti “indesiderabili” dai regimi nazisti e fascisti.

Ogni Stolperstein è stata incisa con il nome di chi occupava lo stabile davanti al quale è posto il sanpietrino, la data nascita, la data di deportazione e la data ed il luogo della morte ― se noti. Ogni pietra ha un costo di 120 euro e chiunque ne può richiedere l’installazione.

A Roma le pietre d’inciampo sono oltre 200, le più recenti sono state posizionate giusto 20 giorni fa. Spesso se ne vedono solo 2 o 3 ma ogni tanto c’è qualche palazzo “decorato”, se così si può dire, da  più di una decina di sanpietrini dorati.

Lo stesso Demnig riconosce che non potrà mai creare una Stolperstein per ognuno degli oltre 6 milioni di deportati e dispersi durante l’Olocausto; solo a Roma, gli ebrei deportati del ghetto furono 2.091, tra cui 763 donne e 281 bambini (a tornare in patria furono solo 16 dei 73 sopravvissuti). Ma le placche commemorative di Demnig rappresentano qualcosa di più, un piccolo promemoria sul quale “inciampare”, anche solo con lo sguardo, ricordandoci di non dimenticare.