ISOLE #3, I CONCERTI AL TEATRO DI MARCELLO


ISOLE #3 – Certe volte una canzone sembra così bella che dopo è impossibile ascoltarne un’altra. Piuttosto che farla finire la interrompiamo e la rimettiamo da capo, a ripetizione. Smettiamo di cantarla solo per fischiettarne la melodia. E poi ricominciamo, piano e poi forte, senza far caso a chi ci sta intorno, ai passanti, ai vicini che ci sentono. Certe volte cantare quella canzone ci fa sentire dei veri e propri professionisti, e vorremmo un microfono e un palco davanti a noi, per sentire l’emozione rimbombare e propagarsi al mondo intero.

Magari quella canzone non è davvero così bella, così speciale. Eppure in quel momento cambiarla è impossibile. E per giorni non ne esiste musica in grado di interromperla o di alternarsi a quella. Piuttosto, meglio niente, meglio nessuna canzone. Ma il silenzio ci spaventa. E allora non c’è proprio altro da fare, la riascoltiamo un’ultima volta…

La prima volta che ho provato questa sensazione avevo più o meno quindici anni. La canzone era Bitter Sweet Symphony dei The Verve e per una settimana non sono riuscita a staccarmene. Non potevo passare più di qualche decina di minuti senza ascoltarla almeno un attimo. Soprattutto l’inizio, l’avrei rimesso all’infinito. Non vedevo l’ora di salire sul bus, dopo la scuola, per infilarmi le cuffie nelle orecchie e svanire dentro a quelle note.

Per qualche strana ragione anche Wrong for you di Molly Burch mi ha fatto un effetto molto simile, anche se ero già molto più grande, e mi sono bastati un paio di giorni per uscire dal loop.

Ma con Il cielo in una stanza mi è accaduto di nuovo: l’ho cantata a squarciagola mentre andavo in motorino, e da quel momento non sono riuscita ad ascoltare nient’altro per giorni. Alla fine, una mattina ho dovuto accendere la radio, così è stato qualcun altro a cambiare musica al posto mio, e non mi sono sentita come se avessi tradito Gino Paoli.

Nelle notti romane c’è un’isola dove vorresti che ogni musica non finisse mai, ma si ripetesse all’infinito. Si trova nell’area che anticamente era stata occupata dal Campo Marzio, in quel piccolo spazio di sabbia e sassi compreso tra il Teatro di Marcello e i resti del Tempio di Apollo Sosiano. Qualche sera fa una luce puntata su un pianoforte a coda e un’atmosfera raccolta mi hanno attratta fin là. Non sapevo neanche quale fosse il programma del concerto. Poi dalla coda del pianoforte sono uscite le note di Chopin, prima un Notturno in Do # Minore, poi due Polacche e infine la Sonata in Si b Minore Op. 35.

Era tantissimo tempo che non la ascoltavo, almeno dodici anni. E mi sono ricordata di quando studiavo pianoforte e mi ero fissata con il tema di quella sonata, un canto lento di marcia funebre che ti entra dentro come un tuono e una carezza. Lo suonavo in continuazione, da momento in cui poggiavo le mani sulla tastiera alla fine delle ore di esercitazione. Era come un intercalare. Suonare tutta la sonata era impensabile, troppo troppo difficile. Perciò mi accontentavo dell’incipit e sognavo il giorno in cui l’avrei eseguita fino in fondo.

Alla fine non ci sono riuscita. Non ho mai suonato per intero la Sonata in Si b Minore Op. 35. Ma durante il concerto al Teatro Marcello, quelle note sono tornate a risuonare sulle mie corde arrugginite, ed è stato come se avessi ritrovato le chiavi di casa, come se avessi scoperto un approdo dentro di me. Non devo fare altro che ricominciare a suonare quelle battute di Chopin, o andare a un concerto al Teatro di Marcello.

 

 

Vittoria Maschietto