ISOLE #2, GARBATELLA


ISOLE #2 – Certe notti d’agosto, mentre sfreccio in motorino lungo via di Circonvallazione ostiense, mi sentirei persa se a un certo punto non comparisse un grande edificio rosso bordeaux a indicarmi la strada di casa. Tende le braccia verso di me, indietreggiando con la pancia. E come se mi accogliesse in un abbraccio, mi fa largo nel mio quartiere, la mia isola di tutti i giorni, Garbatella.

Potete credermi quando vi dico che questo palazzo è davvero speciale. Innanzi tutto, non appena uno ci si avvicina, da dietro le spalle estrae, come una grossa testa di tartaruga,  un gigantesco quadrante tondo, un orologio, che scruta l’orizzonte e misura l’eternità.

Secondo, se lo si costeggia, ci si accorge che è molto più massiccio di quel che sembra, e che prosegue dietro la curva, come se da un palazzo diventassero due. E voltandosi dall’altro lato della piazza, si scopre che ce ne è anche un altro, bianco, che prosegue pure lui. E dietro di quello un altro, e poi un altro ancora.

Allora si capisce che questo quartiere è come un immenso girotondo. Solo che alla fine della filastrocca la terra è ancora ferma al punto in cui era tanto tempo fa, e nessuno si è spostato di un millimetro.

A Garbatella la vita scorre lenta e i palazzi sono un po’ così, robusti e di buon cuore come le contadine d’altri tempi. E infatti a volte sembra di stare negli anni Cinquanta o forse anche prima, quando le donne portavano la gonna ampia e il velo in testa, e avevano mani grandi e forti, e negli occhi il riserbo e la compassione di chi ha dovuto arrangiarsi con poco.

E allora è bello, nelle sere d’estate, farsi trasportare dall’abbraccio di quei palazzi, e vedere le vecchie che siedono nei cortili con i bastoni appoggiati alle sedie, e i bambini che, sotto alla luce fievole dei lampioni, tirano gli ultimi calci al pallone. E pensare che a volte basta poco, davvero poco, per essere felici.

 

Vittoria Maschietto