ISOLE #1, Civico 199


ISOLE #1 – Da qualche tempo, una o due volte alla settimana percorro l’antica strada che si srotola sulla colata lavica dei Colli Albani. È lunga, drittissima e un po’ sfilacciata ai bordi, come un tappeto consumato da anni di storia e di polvere. Per essere precisi sono 2330 anni che la via Appia si distende sul suolo, da Roma fino a Capua, e poi ancora fino a Brindisi.

I Romani la chiamavano Regina viarum, perché da quella striscia lunghissima di basalto potevano raggiungere il mondo. E poiché era l’asse della viabilità mondiale, tutti i potenti volevano lasciarvi un’impronta o un segno che li ricordasse. Così ai suoi lati sorsero i mausolei delle famiglie più facoltose e in vista del tempo.

Percorro la via Appia un paio di volte a settimana, in bicicletta e con un piccolo stuolo di turisti al seguito. Ogni tanto ci fermiamo all’ombra di un pino o di un tumulo ed io racconto le storie di chi l’ha percorsa nel tempo. Parlo lentamente e un po’ sottovoce, perché rimanga a loro la certezza di aver appreso un segreto.

Quando superiamo l’incrocio di Capo di Bove e il primo tratto di basolato antico, giunti al civico 199 mi fermo. I turisti si raccolgono attorno a me; probabilmente si aspettano che racconti qualcosa, ma questa volta non dico niente. Mi limito a contemplare un punto in alto, alla mia sinistra, poi li guardo e sorrido. Loro annuiscono compiaciuti.

Nessuno mi ha mai chiesto cosa cerchi, lassù. Non credo abbiano mai notato un piccolo busto che sporge leggermente dai mattoni, come per esibire il suo bicipite muscoloso. È a lui che rivolgo il mio sguardo. Mi chiedo a chi appartenesse quel braccio che sfida gli occhi disattenti dei passanti. Forse al fregio di un mausoleo?

Certo è che per quanto glorioso fosse quel corpo statuario in passato, il suo presente è di ignoto. Certe volte cerco di immaginarmelo tutto intero. Mi chiedo se avesse gambe muscolose, e se anche il suo sguardo fosse elegante e fiero come la sua posa.

Probabilmente sì. Quindi alzo gli occhi verso quel petto robusto e quel volto concentrato e serio che non c’è, che non può vedermi ma mi tiene comunque in pugno. E penso che è il braccio di ferro della storia, che non guarda in faccia nessuno, ma tiene strette le redini del tempo.

Poi inforco la mia bicicletta e riprendo il cammino. Sono certa che non mi lascerà andare. Conserverà il ricordo di me, anche se non mi vede.

 

Vittoria Maschietto