Il Mare a Roma


Il mare a Roma non si può portare…

…e allora portiamo il mare a Roma.

Pare facile. Non annacce eh…oddio, pure annacce, ma parlarne. Non è che uno se po’ svejà na matina e dì “Mo scrivo un pezzo su Ostia”. Ma oltre al fatto che qui si scrive rigorosamente di notte – come il Pasquino, anche Er Sanpietrino – parlà del litorale romano è n’po’ come parlà de…poesia giambica.

La poesia giambica era n’casino, era volgare, grottesca, ironica, sagace, oscena. E meravigliosa. Innanzi a tutto, per principiare, tocca specificà di cosa stiamo parlando, collocandoci geograficamente: Torvajanica, i cancelli, Ostia, Fiumicino, Focene, Fregene, Maccarese. Per comodità ce mettemo in mezzo pure Cerveteri e Ladispoli. Più in là no: ce vo’ troppo co’ la macchina e coi mezzi fai prima ad arrivà a Rimini..o ar Lago (per “Ar lago” intendiamo ovviamente i laghi di punta: Martignano, Bracciano, Albano ecc.).

Chiarito questo punto cruciale, iniziamo dalla scelta: a quale annamo? De che? De mare no!

La disputa più comune è: Lì l’acqua è più pulita”. Partendo dal presupposto che l’acqua, per chi viene da altri posti (sopratutto dal sud o dalle isole), è praticamente na monnezza, questa dell’acqua è na disquisizione perlopiù filosofica; difatti non c’entra niente l’effettiva pulizia der mare, è una semplice scelta de vita. Per carità, a seconda delle maree, dei depuratori, della vicinanza alla foce der Tevere, l’acqua è poco de più o poco de meno pulita. C’è gente, come me, cresciuta a Fiumicino negli anni d’oro, che è diventata immortale: prima de uscì de casa le mamme urlano ai loro piccoli sorcetti “Sta attento che si te mozzica Er Sanpietrino parlante t’attacca le malattie!!”.

Mo Fiumicino sta un sacco meglio, invece, l’acqua s’è ripulita (io me riesco a vedè i piedi, se sposto la panza), le spiagge so fiche e so nate pure diverse realtà interessanti. Si, confesso, io so n’Ultrà de Fiumicino (che non se dice Fiumicino, se dice Fiumicihoo), perché ce vive mi nonna, perché me sta a un quarto d’ora e perché se magna da paura. Che poi so esattamente le stesse cose che dice l’amico mio dell’Eur(e) o quello de Ostia (che se dice Ossia). Ma me so perso, tornamo al dunque.

Allora, na volta risolta sta quisquilia filosofica (de solito attraverso una democratica votazione tra chi c’ha la macchina), se parte; partì mica è na cosa facile! Bisogna prima de tutto preparà: borse frigo, asciugamani, chi c’ha l’ombrellone, chi porta er pallone (der pallone parlamo dopo). Quindi dasse na punta, n’appuntamento: sotto casa de chi e a che ora, “Aò chi me viene a prenne” (la risposta non la scrivo che è volgare).

Quindi se prende e se parte. Partì pe annà ar mare nei feriali è na cosa da studià: ce stanno ore in cui lo poi fa e non becchi nessuno e in venti minuti sei in spiaggia, altri in cui diventa n’inferno. Se invece voi annà ar mare “De Domenica!” allora te devi preparà a n’avventura: ore de macchina, braci preparate sulla via der mare e la convinzione de certa che se soni er clacson la gente davanti scompare.

Na vorta che sei arrivato è il momento del divertimento: “Ndo parcheggiamo?”. De solito se voi annà a Ostia, parcheggio lo trovi a Torvajanica: inteso che poi comunque torni a piedi fino a ndò volevi annà te, perché “lì è mejo”. Quindi, arrivato in spiaggia, subentra er secondo problema, sempre de posto: ndo me metto? Anche qui va a filosofia: se te piace sta vicino alla riva, allora devi arivà presto; oltre a questo, devi pure preparatte ad esse completamente circondato da tutti, specialmente da ragazzini che non vedono l’ora di cominciare con le loro attività preferite: urlare e scavare buche così profonde che ogni tanto ne ritrovano uno in Nuova Zelanda. Se invece preferisci sta dietro, ipoteticamente stai un po’ più tranquillo. A meno che non arriva un gruppo di teen-ager con IL PALLONE.

Il pallone è solitamente una calamità naturale, pari ai vu cumprà che te svejano mentre te sei appisolato pe’ vendete i braccioli pure se c’hai 30 anni o ai grattacheccari che urlano come se ne dipendesse la loro vita. Mentre i racchettoni sono un’attività abbastanza innocua, che di solito si fa a riva o in acqua, senza rompere troppo le scatole, il pallone è invasivo, pericoloso e generalmente molto tenuto. Che poi quando viene usato per giocare a pallavolo (nelle sue varianti più comuni: schiaccia sette o schiaccia cinque, giochi elaboratissimi le cui regole magari discuteremo in un secondo momento), pure pure te salvi. Quando invece il gruppo di giovani si alza, pianta quattro ciabatte pe’ fa le porte e inizia a fa le squadre, puoi pure scappà: sta per succedere qualcosa di tremendo.

Il beach soccer alla romana infatti prevede di colpire non il pallone, bensì, colpire il più forte possibile, il maggior quantitativo di sabbia. Quando viene, malauguratamente, colpito il pallone, il pallone non entra mai nella porta, perché colpisce: -la signora che sta a fa le parole crociate (Scusi signò!) -il bambino che corre verso la madre dal chiosco bar col gelato in mano (che sarà costretto a mangiarsi il calippo gusto sabbia) -la bella più stupenda di tutta la spiaggia (aò e dai, m’ero appena messa la crema!) -il coatto più antico del litorale che si alza, prende il pallone e lo buca con la sola imposizione dei polpastrelli (tiè, giocace adesso).

Ognuno poi ha le sue usanze: chi ce sta tutto il giorno, chi un par d’ore, chi se porta er pranzo, chi lo prende al bar, chi cerca un forno (è pieno de forni che fanno pizza incredibile nelle località marittime romane) chi ce va a mezzogiorno, chi solo la sera. Chi ce va da solo, chi ce se innamora. Chi s’ustiona e chi s’abbronza. Chi nun magna e poi se sbronza.

Il mare a Roma è come Roma, na caciara. Il mare a Roma è come Roma, na poesia: portate una sera chi amate a Torvajanica. Pure d’inverno. Levateve le scarpe e poggiate i piedi sulla sabbia tiepida. Guardate er tramonto. Non è un tramonto come gli altri, è speciale. Perché il sole scompare, piano piano e velocissimo insieme. Perché il mare s’è scordato d’esse un mare de porto e torna semplicemente ad esse mare. Non ce stanno più le tracine (“aò zi, se calpesti na tracina dopo mezz’ora MORI”). Andateve a fa un falò a Fiumicino: tutti sti fuochi, visti dalla strada, sembrano un cielo fatto di gente felice. Passate una serata di movida a Fregene, per scoprirvi dei principianti. Tornate a casa e sdraiatevi a letto per scoprirvi felici, come solo il mare a Roma può rendervi. E ricordatevi sempre di non essere troppo severi nel giudicare chi vive al Nord. Ricordatevi, ad esempio, che i milanesi non so stronzi: solo che non c’hanno il mare.

 

 

– ER SANPIETRINO PARLANTE