PIAZZA BELLI: CHI ERA L’UOMO CON IL CILINDRO


A Roma c’è una piazza… no, siamo già partiti male.

Ricominciamo.

A Roma ci sono tante piazze: piazza Navona, piazza di Spagna, piazza del Popolo…una quantità quasi inelencabile di piazze.

Però ce n’è una in particolare: ‘na piazzetta. Ce se ferma l’ 8, comoda per andare a piazza Trilussa a prendersi una sbronza storica, oppure al cinema, che sta la vicino. O all’isola tiberina. O ‘ndo ve pare, da li in realtà s’arriva un po’ da tutte le parti. Ce stanno pure i tassì (guai a chiamarli taxi). Difficilmente viene chiamata per nome, si preferisce dare riferimenti un po’ più specifici: “Dai, la piazza prima de ponte Garibaldi“, oppure “Dai oh, quella vicina al cinema! Ma che sei stupido?“.

Ma quella piazzetta un nome ce l’ha. Piazza Giuseppe Gioachino Belli; o, per dirla come gli indigeni “Piazza Gioachì Belli” (niente, i nomi troppo lunghi a Roma non se possono dì, tocca magnasse le ultime due). Che poi Gioachino chi? Ah si, quello della statua ‘ndo se damo le punte, quello col cilindro e il bastone, quello. Ecco bravi, quello. Maledetti.

Giuseppe Gioachino Belli nacque in una famiglia con una buona posizione sociale, almeno finché malattie e vicissitudini varie non sterminassero buona parte dei componenti e delle finanze della famiglia (ma a Roma era d’uso, che ce devi fa). Il buon Giuseppe, o Gioachino, o Belli, però se n’era fatto na ragione, riuscendo, per merito e per fortuna, ad accattivarsi il ruolo di personaggio di rilievo della Roma preunitaria. Riuscì a portare avanti una buona carriera da scrittore e intellettuale. Ma la poetica, la storia della sua vita, le sue opere, ve le potete andà a cercà sul Guglielmino (o su wikipedia se siete più pigri). Perché la grandezza del Belli risiede nella sua clandestinità. La grandezza del Belli è il suo essere stato il portavoce della romanità:

«Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.»

Testimone forse unico della poesia irriverente del dialetto romano, si ritrovò a scrivere delle poesie, a tratti anche molto critiche nei confronti delle autorità dell’epoca, quasi in clandestinità. Il dialetto (e i temi affrontati) poco piacevano a chi, a Roma, decideva. E poco sembravano piacere persino al Belli, che, spaventato e vergognoso delle proprie creazioni, sembra averne chiesto, prima di morire, la distruzione. Temendo in vita per la propria carriera e, nella morte, una sorta di damnatio memoriae del resto del suo materiale.

Un poeta tormentato, ma solido e divertente. Un anti-eroe inconsapevole. Tanto che gli è stata dedicata piazza e statua. Statua scolpita dal siciliano Michele Tripisciano (che addirittura rinunciò al compenso) frutto di una sottoscrizione pubblica. Qui troviamo un Belli “Appoggiato”, sulla spalletta di Ponte Fabricio, con in mano il suo bastone. Il bastone all’inizio era di legno, di ebano. Poi però dei malandrini se lo sono fregato. Più volte. E allora ci hanno messo un bel pezzo di ferro dipinto e ce l’hanno fissato col cemento.

Oltretutto…la mano destra, appoggiata al ponte, sembra essere immortalata in uno strano gesto: magari è solo appoggiato eh, ma indice e pollice messi a cerchio in quel modo, all’epoca era un modo per mandare la gente diciamo “A quel paese”. Chissà…

Quindi, ragazzetti e ragazzoni miei, la prossima volta che passate davanti alla statua di quel signore, con dei baffi molto più belli dei vostri, levatevi quei cappellini da stupidi che portate (che per nulla si confanno al cilindro del poeta), e ringraziate. Perché se siete qui e se siete ancora il popolo più divertente d’Europa lo dovete, in buona parte, anche alla storia di questa Piazza.

“Ma cche Ffajòla, Cristo, è ddiventata
Sta Roma porca, Iddio me lo perdoni!
Forche, che state a ffà, ffurmini, troni,
Che nun sscennéte a ffanne una panzata?

S’ha da vede, per dio, la bbuggiarata
Ch’er cristiano ha d’annà ssenza carzoni,
Manco si cquelli poveri cojjoni
Nun fussino de carne bbattezzata!

Stassi a sto fusto a ccommannà le feste,
Vorìa bbe’ mmaneggià li ggiucarelli
D’arimette er ciarvello in de le teste.

E cchiamerebbe bbonziggnor Maggnelli,
Pe ddijje du’ parole leste leste:
‘Sor È, ffamo campà li poverelli’.”

 

 

-ER SANPIETRINO PARLANTE-